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sabato 17 ottobre 2015

Cuba, laboratorio dei cambiamenti geopolitici dell'America Latina

Intervista rilasciata dal Dott. Andrea Virga all'amico Alfonso Piscitelli per il sito Russia.it, nell'aprile 2015. 




L’America Latina non è più l’orto di casa degli Statunitensi. I Cinesi si apprestano a creare un nuovo canale transoceanico, la Russia di Putin ha confermato la sua politica di sostegno a Cuba e di cooperazione con gli altri soggetti americani, il Brasile è uno dei soggetti emergenti dei BRICS. Nel frattempo il presidente Obama ha giocato la carta della distensione con Raul Castro e un candidato di origine cubana Marco Rubio si è messo in corsa per la Casa Bianca. Parliamo delle prospettive delle “due Americhe” con Andrea Virga, dottorando di ricerca presso l’IMT di Lucca, che conosce Cuba e l’America Latina per diretta esperienza di vita.

Dunque si va verso un disgelo tra Cuba e Stati Uniti?

Il disgelo da parte statunitense è stato, a mio parere, una mossa da parte di Obama per recuperare consenso e popolarità, specie tra l’elettorato ispanico. Gli USA hanno ceduto su alcuni punti a favore di Cuba, nella speranza di mediare non solo una normalizzazione dei rapporti, ma anche una transizione liberaldemocratica nell’isola.

L’idea è anche quella di “ammorbidire” il governo cubano riguardo ad alcune questioni…?

Inutile dire che il governo cubano, pur capitalizzando sul successo mediatico di questa apertura (ad esempio il rientro dei Cinque agenti cubani arrestati negli Stati Uniti), continua a restare deciso nel resistere alle pressioni statunitensi e nel pretendere ulteriori concessioni, come la restituzione di Guantanamo Bay e la cancellazione dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo.

Quale è stata la reazione di Mosca, che pure nei mesi scorsi ha rimesso una consistente fetta di debito cubano nei confronti della Russia?

Da parte russa, tuttavia, la prima reazione è stata di preoccupazione, espressi non solo da numerosi analisti, ma anche dal Vice Primo Ministro Dimitri Rogozin, che si è recato all’Avana nei giorni immediatamente successivi, ricevendo però rassicurazioni da parte delle autorità cubane, riguardo al fatto che questa apertura non pregiudicherà l’impegno di Cuba nella costruzione di un mondo multipolare.

Vladimir Putin ha avviato una attività diplomatica di cooperazione oltre che con Cuba anche con Nicaragua, Brasile, Argentina, Venezuela. Quali particolarità assume l’interazione della Russia con ciascuno di questi paesi latino-americani?

La politica russa nello scacchiere latinoamericano è complessa ed è influenzata dall’eredità della politica estera sovietica. Quest’ultima, va detto, è sempre stata abbastanza limitata nell’ambito, con l’eccezione dei primi anni ’60, dato che l’URSS tacitamente ammetteva l’egemonia statunitense nella regione.

Però la relazione con Cuba è sempre stata particolare…

Cuba è sempre stata sostenuta e finanziata abbondantemente, data l’importanza anche propagandistica di mantenere un Paese socialista a poche miglia dalle coste statunitensi. Tuttavia, le autorità cubane, che hanno sempre cercato di mantenere la propria autonomia, sapevano di poter contare sulla protezione sovietica solo fino a un certo punto. A maggior ragione, questo vale ora che la Russia è molto meno forte e capace di proiettare la propria forza rispetto al passato.
Nel resto delle Americhe, l’URSS non vedeva di buon occhio i tentativi cubani di esportare la Rivoluzione in altri Paesi, al punto da contrastare le attività di Ernesto Guevara. Anche la Rivoluzione sandinista in Nicaragua, sia pure per mancanza di risorse, non fu appoggiata fino in fondo. Un altro esempio cruciale è il mantenimento di buone relazioni commerciali, specie in ambito agroalimentare, con la dittatura militare argentina. Oggi, invece, la Russia deve recuperare il tempo perso negli anni ’90, riguardo alla propria penetrazione economica e diplomatica nella regione.

In che modo?

Possiamo individuare due macroaree: quella caraibica, dove la Russia è interessata soprattutto agli investimenti economici e alla cooperazione economica e militare, grazie alla presenza di governi amici in Cuba, Nicaragua e Venezuela; e quella del Cono Sud – Argentina e Brasile innanzitutto – dove è più forte l’aspetto commerciale. In ogni caso, come affermato da Putin nel suo scorso viaggio in America Latina (luglio 2014, in occasione dei Mondiali di calcio in Brasile), non viene meno l’impegno della Russia a sostenere lo sviluppo di un polo alternativo nelle Americhe, incentrato sul Brasile (partner russo nei BRICS).

Hai citato il Venezuela, la situazione in quel paese sembra essersi aggravata dopo il calo del prezzo del petrolio e si susseguono voci di qualche “alzamiento” simpaticamente suggerito dalla Casa Bianca. Quale è la tua analisi in proposito?

Riguardo al Venezuela, va preso atto che Maduro, al di là della buona volontà, non ha né il carisma né le capacità politiche di Chávez e che i problemi e le contraddizioni che già erano presenti stanno ora riemergendo con maggiore forza, contribuendo a mettere in difficoltà il governo. In particolare, la corruzione endemica, aumentata insieme con l’espansione del settore pubblico e il crimine dilagante, favoriti anche dall’inesperienza e dalla tendenza ai favoritismi politici presso la classe dirigente bolivariana, costituiscono il problema avvertito maggiormente dai Venezuelani, anche da quelli favorevoli alle riforme sociali chaviste.
In questo contesto critico, si aggiunge l’opera destabilizzatrice delle destre borghesi, che possiedono ancora un forte potere economico e mediatico, e non esitano a ricorrere alla violenza e alla cospirazione, incluso l’accaparramento per causare carenze di beni, pur di mettere in difficoltà il governo.

E gli Stati Uniti stanno a guardare?

Gli Stati Uniti, da parte loro, non cessano di sostenere queste azioni e ora hanno aggravato la situazione, con le recenti sanzioni. È chiaro che il Venezuela, Stato chiave dell’Alleanza Bolivariana e della resistenza anti-imperialista in America Latina, è l’obiettivo principale della strategia della tensione statunitense. Tuttavia, il governo può contare sul pieno controllo delle Forze Armate, il che impedisce un vero e proprio golpe da parte dell’opposizione.

Negli ultimi tempi le sette protestanti hanno avuto un grosso boom di proseliti in Sud America e soprattutto in Brasile veicolando la loro american way alla teologia. È un fenomeno ancora in espansione?

Purtroppo l’espansione delle sette protestanti americane in tutta l’America Latina prosegue incontrastata, incluso tra gli stessi latinos presenti negli Stati Uniti. A Cuba resta limitata rispetto alla Chiesa Cattolica, ma è un Paese dove la presenza protestante data già da fine ‘800, a causa dell’influenza statunitense. D’altra parte, la crisi del cattolicesimo, dovuta sia a motivi politici – ossia la percepita lontananza dalle masse popolari – sia teologici – cioè la diffusione del progressismo postconciliare – ha indubbiamente favorito questo fenomeno. Ora, senza essere complottisti, è però evidente che tutto ciò favorisca la penetrazione culturale e ideologica statunitense, che ha sempre visto nella Chiesa Cattolica e nella sua dottrina antiliberista un ostacolo alla propria dominazione.

Viceversa, quali sono le dimensioni dell’espansione cinese nel continente americano? Si parla di un nuovo canale transoceanico che i Cinesi starebbero per costruire in Nicaragua. 

La Cina è un partner commerciale molto importante per molti Paesi latinoamericani, a partire dal Brasile, che esporta molte delle sue materie prime e dei suoi prodotti agricoli proprio in Cina, e che ha avviato con il Paese asiatico tutta una serie di progetti di cooperazione a livello militare, tecnologico e industriale. In generale, i Cinesi acquistano materie prime e vendono beni di consumo a basso costo per le nuove classi medie e popolari latinoamericane.

In linea con questa tendenza, da parte cinese è stata proposta la costruzione di una serie di grandi infrastrutture commerciali. Il più importante, la cui costruzione è iniziata alla fine dell’anno scorso, è il canale transoceanico del Nicaragua, ben più grande di quello di Panama, e in grado di avere ricadute molto importanti sullo sviluppo di tutta l’economia del piccolo Paese centroamericano. Altri progetti sono la collaborazione al grande porto commerciale di Mariel, ad ovest dell’Avana, con relativa zona speciale, e la realizzazione di una ferrovia transoceanica dall’interno del Brasile, attraverso la Bolivia, fino ai porti peruviani sul Pacifico.

Quale valutazione si può dare del ruolo giocato dal Dragone giallo nel territorio americano?

In generale, l’aspetto positivo è che questa espansione commerciale, pur essendo apolitica, spezza l’egemonia statunitense sull’America Latina ed è quindi di ostacolo all’imperialismo statunitense. D’altra parte, si rischia di mantenere una relazione coloniale per i Paesi latinoamericani, che resterebbero esportatori di materie prime e importatori di beni di consumo, anche a causa della concorrenza spietata della merce cinese a basso costo.

Quale è la percezione che si ha di Putin, a livello di pubblica opinione e di intellettuali, in una capitale latino-americana come l’Avana?

La Russia (come la Siria) resta un paese lontano, per cui l’interesse dei media e della popolazione è piuttosto limitato rispetto ad altri scenari più contigui (Messico, Stati Uniti, Venezuela, ecc.). Ovviamente, i rapporti con la Russia sono molto positivi e nella stampa si parla positivamente della Federazione Russia. Anche la popolazione mantiene un buon ricordo del periodo sovietico, caratterizzato da un maggiore benessere diffuso, grazie ai sussidi sovietici. Ancora due anni fa, in occasione della visita di una flottiglia russa all’Avana, i Cubani avevano fatto la fila pur di salire a visitare il cacciatorpediniere russo “Vice-Admiral Kulakov”.

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